AscoltaRegistratiDownload EpicuroEpicureo è il fondatore del Giardino, una comunità di amici che comprendeva anche donne e schiavi e che viveva ad Atene attorno al 300 a.C. Conducevano una vita frugale e si dedicavano alla lettura degli scritti di Epicureo. Egli scrisse un’opera in trentasette libri intitolata “Sulla natura” che subì però continue rielaborazioni. Secondo Epicuro ogni età va bene per accostarsi alla filosofia e non serve una preparazione specifica. La filosofia ha infatti una funzione terapeutica, guarisce l’uomo dalle false credenze che minacciano la quiete della sua esistenza. Ci mostra ciò che si può conoscere e come lo si può conoscere e ci libera così da ansie e timori. La conoscenza ha origine nella percezione. Le percezioni ci mostrano sempre la verità sul mondo ma non sempre sono evidenti. Così se vediamo la cappella di un fungo abbiamo bisogno di annusarla per essere sicuri che si tratti di un porcino. Per essere confermate questo tipo di percezioni hanno bisogno dell’intervento di altre percezioni, che dimostrino immediatamente la realtà oggettiva. Il ripetersi delle stesse sensazioni dà luogo alla prolessi, che significa anticipazione: ci consente di riconoscere immediatamente le sensazioni non evidenti non appena queste si presentano. Se siamo un cercatore esperto, riconosciamo al volo un fungo velenoso da uno commestibile. È così che si conoscono i concetti universali: sappiamo cos’è un cavallo perché molte volte ne abbiamo visto uno. Conservando questi concetti nella memoria incrementiamo la nostra esperienza. Tuttavia possiamo sbagliare: l’errore nasce quando usiamo parole sbagliate, quando utilizziamo concetti che non si addicono alle cose. Le false opinioni ci confondono e ci fanno scambiare sensazioni non evidenti per dati immediati: tutti i nostri giudizi infatti possono essere ricondotti ad una sensazione. Quando vedo la fiamma di una candela sono sicuro che, se la toccassi, mi brucerei, ma questo posso dirlo solo perché, almeno una volta, ho potuto toccare qualcosa che brucia. Altrimenti come potrei anche solo parlare di calore? Le percezioni e i concetti danno origine a inferenze, ci permettono cioè di risalire da ciò che è evidente a ciò che non lo è. L’esperienza ci dimostra che nessuna cosa nasce o svanisce dal nulla: il nostro stesso corpo si decomporrà in parti sempre più piccole, fino all’invisibilità dell’atomo. Sulle orme di Democrito, anche Epicuro sostiene che la realtà fisica sia composta da un numero infinito di atomi che si muove nel vuoto. I corpi sono composti da innumerevoli atomi differenti solo per forma, dotati di movimento: sono pesanti e si muovono dall’alto verso il basso, paralleli gli uni agli altri. Come fanno allora ad incontrarsi per dare origine ai corpi? In virtù del Clinamen, gli atomi hanno al tendenza a deviare casualmente dalla propria direzione: dal caos nascono così sempre nuove aggregazioni. Epicureo rifiutava di pensare, come Aristotele, che l’universo fosse regolato da leggi matematiche e forniva spiegazioni solo sulla base dell’osservazione diretta dei fenomeni celesti e climatici. Tutte le teorie sono accettabili: basta che si accordino con l’esperienza sensibile. Se poi tutti gli uomini sono concordi ad affermare la verità di un certo pensiero, allora quello dovrà ritenersi vero: è questo il caso dell’esistenza degli dei. Tutti la sostengono e dunque non c’è ragione per dubitarne. Ma gli dei di Epicuro sono molto diversi da quelli della religione tradizionale: essi vivono negli intermundia, regni lontanissimi dal nostro pianeta. Se ne stanno lì beati e non si interessano delle vicende umane, come dimostra la presenza nel mondo del male. Non dobbiamo dunque temerne le ire… Anche della morte non dobbiamo avere paura. L’anima, come tutto ciò che esiste, è fatta di atomi e un giorno si disgregherà: con la sua morte verrà meno anche la sensibilità, che ha bisogno di un corpo per essere esercitata. Insomma, o ci siamo noi o c’è la morte, e non c’è ragione di temere un incontro che non avverrà mai. La filosofia aiuta a liberarci dalla paura degli dei e della morte: è come un farmaco che consente all’uomo di essere felice. Il piacere è il fine della natura umana ed Epicuro lo intende come l’assenza di tutti i dolori causati dalla paura o da false credenze. Anche il desiderio ci fa soffrire perché nasce dalla privazione: la felicità coincide con la liberazione da ogni desiderio superfluo, da ogni appetito che non sia necessario alla stessa sopravvivenza. Si raggiunge così una condizione di beatitudine e di serenità, uno stato di atarassia in cui le brame di possesso svaniscono ed anche il dolore fisico non conta più se è accompagnato da un benessere interiore. filosofia
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